Terremoto ’80. Parla il capo della Protezione Civile: “Accelerare sulla prevenzione”

Tratto dall'intervista di IrpiniaNews, le parole del Capo Dipartimento Curcio sulla prevenzione dal rischio terremoto
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Avellino 2novembre – Oggi la memoria torna alla tragedia del terremoto che 35 anni fa ferì la provincia di Avellino, provocando quasi tremila morti e seminando terrore e devastazione. 

ANPAS Campania vuole porre l'accento sugli aspetti più tecnici legati ai fenomeni tellurici, sulla ricerca, sugli studi e sulle attività di prevenzione e consapevolezza del rischio ma non solo.

Il nuovo capo della Protezione Civile, esperto in gestione delle emergenze, Fabrizio Curcio, fornisce una riflessione rispetto a quello che è stato 35 anni e rispetto ai progressi fatti in campo scientifico sul tema della vulnerabilità del territorio.

LA SCHEDA – Fabrizio Curcio  è dalla scorsa primavera a capo del Dipartimento della Protezione civile. Ingegnere 48enne, ha seguito, con il nuovo prefetto di Roma e suo predecessore Franco Gabrielli, emergenze italiane come il sisma in Emilia-Romagna e l’emergenza della ‘Concordia’ al Giglio. L’ultimo incarico ricoperto nella struttura, prima della nomina al vertice del Dipartimento, è quello di direttore dell’Ufficio gestione delle emergenze.

 

Ingegnere, a 35 anni dal sisma che devastò l’Irpinia e alcuni comuni della Provincia di Salerno e Potenza, il ricordo della catastrofe ma soprattutto di tutto quello che è stato dopo il 23 novembre resta ancora vivo. Cosa è cambiato da allora in termini di sicurezza e prevenzione?

«E’ cambiato molto, stiamo parlando di un altro Paese. Quello fu l’evento che diede luogo alla moderna piattaforma di Protezione Civile che oggi dovrebbe fonderela parte della prevenzione, della gestione delle emergenze, la comunità scientifica, le associazioni di volontariato e tutto quello che è stato il post. Sulla gestione delle emergenze è stato fatto molto: la parte scientifica ha fatto passi in avanti con punte di eccellenza mondiale, sulla parte della prevenzione però zoppichiamo ancora. Oggi esiste una prevenzione strutturale e una non strutturale: sulla prima, c’è necessità di fondi, di investimenti e i tempi restano medio lunghi. Ma è sulla parte non strutturale che si può agire sin da subito e in questo senso non c’è giustificazione al ritardo. Non si tratta di fare spese e investimenti: i piani, la consapevolezza del rischio, il cittadino che deve conoscere attraverso gli Enti locali il territorio in cui vive e la sua pericolosità, i corretti comportamenti prevedono azioni congiunte dal basso, certamente supportate dagli organi regionali e nazionali».

 

Dopo il terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012, si è detto e scritto che in Italia si muore ancora per terremoti di poco superiori a magnitudo 5.0. E’ d’accordo?

«Purtroppo è un dato di fatto. Le cronache dicono questo. Il tema della vulnerabilità sismica in Italia deve essere affrontato ancora in modo sistematico. I sismi colpiscono in maniera periodica il territorio e quindi è naturale un calo di attenzione. L’ultimo grande evento sismico è stato registrato tre anni ma ritengo che proprio l’attenzione deve essere uno dei punti di forza del sistema italiano, perché se è vero che spesso siamo colpiti da alluvioni, se è vero che siamo un territorio ad alta pericolosità sismica, allora occorre una politica infrastrutturale che deve essere sviluppata ancora in modo coerente”.

 

Attualmente, le mappe di pericolosità adottate e le conseguenti norme che accompagnano la costruzione degli edifici riescono a garantire una adeguata sicurezza ed incolumità?

«La parte scientifica sta facendo il proprio lavoro e c’è un tema di aggiornamento e confronto che è all’ordine del giorno. Ma ciò non basta perché purtroppo non viviamo in un territorio poco vulnerabile. Ecco perché occorre prodigare subito tutte le energie dove sappiamo che c’è un rischio. E lo sappiamo perché gli studi e le mappe ce lo dicono. Parallelamente continueremo a lavorare sulla ridefinizione migliore del nostro territorio».

 

Qualche tempo fa, il suo predecessore riferì in una intervista: «In questi due anni e mezzo, girando per il Paese ho notato sempre grande sensibilità sulle risorse da destinare agli esiti di eventi calamitosi. Si tratta essenzialmente di risarcimento dei danni, che negli ultimi anni hanno riguardato oltre l’80 per cento delle somme erogate, ma mai per una seria politica di messa in sicurezza dei territori e men che meno per puntuali pianificazioni di protezione civile. Ancora troppi Comuni non hanno piani di protezione civile e quelli che ce l’hanno sulla carta, in massima parte non sono conosciuti dai cittadini. Così a ogni evento calamitoso, si deve partire da zero o quasi». Condivide l’analisi di Gabrielli?

«Sposo in pieno l’analisi del Prefetto Gabrielli. Rispetto a questo, direi che forse abbiamo iniziato ad avere consapevolezza più strutturata in termini di politiche, ad esempio sul rischio idrogeologico. Oggi noto una volontà generale maggiore di affrontare il problema a 360 gradi. I nostri tavoli sono sempre coordinati, anche la parte parlamentare sta facendo davvero molto con, ad esempio, la modifica della legge delega in materia di protezione civile. Ma, voglio puntualizzare, si tratta di processi medio lunghi. Drenare fondi dall’Europa per investirli sul territorio non è opera che si compie dall’oggi al domani. Anche di recente, il Ministro Galletti ha sottolineato questo aspetto: i frutti del lavoro che stiamo compiendo oggi verranno raccolti più avanti. Ecco perché credo che le politiche per il territorio sono politiche che hanno tempi lunghi di attuazione, così come le politiche di impostazione culturale. Il problema è che se in 10 anni anni cambiamo tre volte la linea politica non riusciremo mai a concludere. Non si fanno opere in un giorno così come non si cambia la cultura delle persone in un sol giorno».

Trivellazioni, terremoti e il ruolo dell’Ingv. Un mese fa circa il deputato avellinese di SeL Giancarlo Giordano ha interrogato Ministro per lo Sviluppo Economico in merito ai rapporti tra petrolieri, trivellazioni in Irpinia e i legami con l’Ingv. Quale il suo punto di vista rispetto a questo dibattito?

«La parte scientifica ha anche il compito di dibattere e confrontarsi. È questa una delle cose più importanti di una democrazia, ovvero che vi sia la possibilità libera di confronto da parte di chi ha le competenze in campo scientifico. Alla Protezione Civile spetta però il ruolo diverso di finalizzare in atti e modalità di intervento, appunto di Protezione Civile, quelle che sono le risultanze scientifiche. La scienza dunque si confronti e nel momento in cui, anche dal punto di vista Istituzionale, saranno date indicazioni, linee guida e consiglio, starà a noi capire se e quale impatto potrà avere in termini di Protezione Civile. Come Dipartimento non possiamo prendere posizione rispetto, ad esempio, alla possibile relazione tra trivellazioni e sisma, perché si è di fronte ad un collegamento che è ancora in fase di analisi, non solo in Italia ma a livello mondiale. Se questo come altri temi, saranno sanciti dagli organi preposti, nel nostro caso l’Ingv che il punto di riferimento sul tema in Italia per Legge, allora la Protezione Civile farà le proprie valutazioni. Ripeto, è un dibattito prettamente scientifico. A noi tocca la pianificazione e la programmazione degli interventi».

 

Fonte: irpinianews.it